1 giugno 2009

Su Invisibilia i libri compaiono spesso. Beh, a questo tengo in modo particolare. Un po’ perché lo ha scritto il mio amico Edo. Cioè “Edoardo” Rossi, storica voce di quella che fu Rock-Fm.
E un po’ perché sono pagine da ascoltare più che da leggere e per un libro che parla di musica non è poco. Insomma è un po’ come tornare a casa, sdraiarsi sul divano e accendere la radio. Mentre stai lì, a pensare che anche oggi sei troppo stanco, arrivano a farti compagnia le voci degli artisti che ti hanno seguito in tanti anni di ascolti, concerti, chiacchiere e cd. O forse sei tu che hai seguito loro. In ogni caso adesso sono lì, seduti sul divano con te, con le loro inflessioni regionali e il loro modo di spiegarti cosa sono la passione, la fortuna e gli inconvenienti.
Edo Rossi. E’ la prima volta che scrive un libro (e la seconda che ne legge uno), mi chiama prof. ed è l’unico che riesce a rispondere alla mia emo-malinconia con azzeccatissime battute da bar mario. Certo le dediche non sono il suo forte ma “Percorsi musicali indipendenti” gli è uscito proprio bene.
P.s. Sostiene anche di essere un fedele lettore di Invisibilia. Adesso vedremo se è vero…
In ascolto: Edoardo Rossi- Percorsi Musicali Indipendenti. Chinaski Edizioni
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10 maggio 2009
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.
Leggere in viaggio non è come leggere a casa, sul divano o sdraiato sul letto.
E’ un’altra cosa. Un po’ perché hai quella sensazione del mondo che ti passa sotto o di fianco, mentre tu decidi immergerti in una storia. Ed è come se tutto venisse amplificato, come se l’idea di camminare dentro le pagine di un libro acquistasse un grado in più di realtà. E poi si cancella anche qualsiasi senso di colpa: non ci sono amici da vedere, cose da fare, problemi da risolvere. Non in quel momento, almeno. Tutto, poi, si vedrà.
Ecco, gli ultimi giorni li ho passati saltando da un aereo all’altro.
E ho letto un libro che non è solo un racconto. E’ un pugno nello stomaco. Di quelli dati bene anche.
Il mondo non c’è più. E ‘ rimasta una sterpaglia sbruciacchiata e annerita sotto un cielo grigio e vuoto. Inutile, come le parole che ormai non hanno più oggetti da indicare. In questo niente, triste e feroce, camminano un uomo e un bambino.
Allora, io non sono mai andata matta per i bambini. E ancora meno per gli adulti che parlano ai bambini. Insomma non è che perché uno è più piccolo di te allora ti puoi rivolgere a lui come se fosse un cretino. Le risposte dei “grandi” o non arrivano o fanno quasi sempre pena. Ma quei due, quell’uomo e quel bambino lì, senza nome, non me li toglierò più di dosso. Se mai scriverò una storia con un bambino, state sicuri che lui, in qualche modo, ci sarà.
Il libro l’ho finito poco prima di atterrare a Linate.
Improvvisamente mi è sembrato che intorno ci fosse un sacco di gente.
Se ci fosse stato un altro aereo da prendere, nonostante la stanchezza, la pelle bruciata dal sole e il bisogno di sgranchirmi le gambe ci sarei saltata su al volo.
Ma i viaggi vanno conclusi. Altrimenti non puoi mai iniziarne un altro.
E allora giù dalle scalette.
I-pod: Sigur Ros- Untitled 1
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23 aprile 2009

S: Insomma… sono un disastro con qualsiasi cosa pratica.
E: (ridendo) Beh…
S: Sì, lo so che me lo dici sempre.
E : (ancora ridendo) Forse è vero.
S: Già.
E: Se tu leggessi qualcos’altro invece di tutti i tuoi libri così “invisibilia”…
S: Tipo?
E: Il manuale delle giovani marmotte potrebbe essere un buon inizio.
S: Allora dovrei cominciare oggi… In questo momento non mi sento brava a fare niente.
E: Non è vero. Ad esempio sei bravissima a scrivere quello che non sai fare.
Come fai a non sorridergli al mio amico E. Spengo il telefono. Alziamo la musica vah…
Su Mtv (eh ogni tanto la guardo anch’io): Jovanotti- Mezzogiorno.
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12 aprile 2009

Imbocco la Cisa lasciandomi alle spalle il traffico dell’A1.
Sono gli ultimi minuti in cui potrò ascoltare la radio, tra poco il segnale si perderà tra le montagne. C’è tempo per un pezzo, uno solo.
E’ cinematografico.
Come è stato anni fa, sulla Santa Monica Freeway. Un amico della Ze mi aveva un passaggio per il mare, io pensavo a New York che avevo appena lasciato dopo una serie di mesi, all’ultimo esame e a quello che mi avrebbe aspettato al rientro in Italia.
C’era il sole.
C’è sempre il sole, a Los Angeles.
Il traffico si era diradato, la strada era incredibilmente libera.
Lui aveva detto: quando arrivo qui, di solito chiudo tutti i finestrini e mi sparo questo pezzo.
E così aveva fatto.
Il video di quella canzone aveva una storia, lui era un regista e me l’aveva raccontata incollandomi addosso una malinconia che da quelle parole non avrei staccato mai più.
4′16” e poi la musica era finita, avevamo riaperto i finestrini, rallentato.
Sono passati anni e in mezzo ci sono un oceano e un’altra vita.
Quello era un momento di scelte, questo è un periodo di riallineamento.
Ma la domanda, a volte, è la stessa: c’è qualcuno che sta prendendo il meglio di noi?
Guardo le montagne e immagino il mare, mentre lo stesso pezzo, in un’altra macchina, su un’altra strada, finisce.
La radio inizia a gracchiare.
150 km a casa.
Autoradio (fino a quando c’è segnale) : Foo Fighters- Best Of You
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24 marzo 2009

Chi mi conosce sa che praticamente non possiedo il senso dell’orientamento. Si sono proprio dimenticati di metterlo nel mio patrimonio genetico (insieme ad un altro paio di cose… ).
Che dire. Mi perdo da quando ero piccola e quindi, in parte ci sono abituata. Non riesco a usare gli elementi geografici come punti di riferimento (fiumi, montagne etc.) né tanto meno a dare un senso ai reticoli di strade. Nord sud est ovest… non ho mai capito da che parte fossero a meno di non trovarmi di fronte a un tramonto (ma, lo sapete, su invisibilia, il sole non tramonta mai :-)) e spesso sbaglio anche con il navigatore: giro troppo presto o troppo tardi o semplicemente mi dimentico e tiro dritto.
Insomma se doveste decidere di abbandonarmi da qualche parte, state pur certi che non tornerò a casa. O almeno non di proposito.
L’unica cosa che sono capace di fare è continuare a vedere facce, parole, espressioni, episodi e ogni tanto provare a raccontarli. E allora, l’altra sera in macchina, davanti all’ennesima strada di cui non ricordavo il nome ho pensato che in realtà quella strada lì il nome non ce l’avrebbe mai avuto. Quella strada era quella in cui avevo cercato di rispondere ad una raffica di domande. E poco più in là c’era quella dove andavo a prendere la pizza quando avevo bisogno della leggerezza di un cartone su cui scrivere sottovoce. E proseguendo avrei trovato l’angolo in cui avevo promesso a TJ che avremmo buttato bambole nel naviglio e, a destra, la strada in cui avevo pensato di abitare se avessi scelto una vita completamente diversa con, a fianco, il controviale alberato dove ho incontrato per caso l’abbaglio di un ricordo. L’incrocio invece è quello dove ho messo un pezzetto di vita nelle mani del mio amico J, come quando lasci il volante di una macchina perché fosse per te scenderesti volentieri e molleresti tutto lì ad arrugginire. La piazza dopo il semaforo quella in cui non smettevo di ridere e sentivo quanto è bello, a volte, non dover pensare a quello che verrà.
Ecco, questo è esattamente quello che ho fatto negli ultimi mesi. Ho viaggiato in questa città, passeggiato in questo mondo di strade senza nome. No, non sono tornata a casa, se ve lo state chiedendo, non questa volta, sono ancora lì a gironzolare. Forse nemmeno ci tornerò. Ma ho scoperto, con stupore, di non essere capitata chissà dove e soprattuto di sapermi orientare, seppure in modo buffo e approssimativo, lì dentro. Me ne sono accorta così, a caso, qualche sera fa, mente tornavo da un concerto. Ed ho pensato che può essere affascinante perdersi senza sapere dove accidenti sei andata a finire ma è altrettanto emozionante, ogni tanto, ritrovarsi.
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8 marzo 2009

Succede che qualcuno finisca, per caso, su Invisibilia. Succede che mi scriva un messaggio o mi cerchi su Facebook. E succede anche, magari, che mi chieda un consiglio.
Facciamo finta che questa persona si chiami Nina (rubando il nome al personaggio di un romanzo che mi piace molto) e che questo blog provi a parlare davvero, per un giorno, a qualcuno che sta al di là di questo schermo.
Allora, via.
Nina è preoccupata per la partenza di una persona a cui tiene molto. Mi chiede se dovrebbe aspettare il suo ritorno o se forse non sarebbe meglio dimenticarla, perché in fondo non ritorna mai nessuno….
Cara Nina,
un po’ di tempo fa, in un giorno di vacanza, lento e assonnato, di quelli in cui ti domandi se non fosse stato meglio rimanere a Milano, mio fratello mi porta un disco.
E’ un disco di De André che io a dire il vero avevo sempre un po’ snobbato: un disco in genovese, avevo pensato varie volte, forse è un po’ troppo per me.
Sono buttata per terra, sul tappeto e un po’ svogliata guardo lui e poi il cd, poi di nuovo il cd e ancora lui.
“E’ uno dei dischi più belli degli anni ‘80″, dice.
Mi stiracchio sul tappeto.
“E non l’ho mica detto io eh. L’ha detto David Byrne.”
Inizio a tirarmi su mentre lui mi parla del bellissimo arrangiamento di Mauro Pagani e delle canzoni che parlano di mare, di viaggi, di sofferenze.
Quando finisce di parlare sono perfettamente seduta davanti al computer.
E’ così che scopro Creuza De Ma.
Naturalmente mi innamoro di quel disco, tanto che le prime volte lo metto a loop. E mi accorgo di una cosa.
L’album si chiude con Da Me Riva che descrive la partenza di un marinaio. E’ il canto di addio alla sua innamorata, rimasta lì sul molo, e alla sua città che si allontana.
E’ tristissimo, c’è poco da girarci intorno.
Ma… il disco, sul mio Itunes, riparte.
E così mi ritrovo immediatamente nella canzone che apre e da il titolo a tutto il lavoro: i marinai tornano a riva, riprendono contatto con la terraferma, i sapori, i colori… e ad accoglierli ci sono le voci del mercato (che all’inizio sembrano veri e propri strumenti, tanto si fondono con la musica).
Adesso, per chi è arrivato a leggere fino qui, resistendo alla tentazione di andare ad aggiornare il suo profilo Facebook, provo a spiegare perché, come si dice dalle mie parti, “l’ho fatta così lunga”.
Nina io non ti conosco, non posso consigliarti di aspettare o dimenticare ma ti posso dire che se io scegliessi di aspettare qualcuno potrei farlo soltanto così, cercando di sentire le voci di quel mercato, appena possibile, cercando di vedere quei volti che accolgono i marinai, soprattutto nei giorni in cui non spuntano barche all’orizzonte.
Proverei a respirare quell’aria che sa di sale e di viaggi.
Ecco.
Se dovessi aspettare, lo farei su quella mulattiera che porta al mare.
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1 marzo 2009

Ieri ero a Ferrara e stavo passeggiando con il mio amico P. per il centro. Una bellissima giornata di sole, una di quelle che piacciono anche a me che tutto sommato nella nebbia non mi ci sono mai trovata male. Ferrara è un po’ come la città in cui sono cresciuta, Lucca, con le mura che circondano il centro storico, i baluardi, i prati e tutto quello che ho visto quasi ogni giorno per 18 anni, prima che, finito il liceo, me ne andassi.
Allora. Non c’è molta gente in giro, nemmeno a fare shopping e tutto si muove lentamente.
E’ un sabato che sa di domenica.
Stiamo passeggiando per quelle piccole stradette quando spunta fuori un piccolo baracchino con dei fiori. Beh, in realtà sono solo tulipani. E c’è un cartello, sotto, scritto a mano in uno stampatello non proprio regolare con un tratto dal sapore di bic blu.
5 EURO - 5 TULIPANI BELLI.
Lo passiamo, io mi fermo e torno indietro. Lo riguardo.
Cinque tulipani.
Belli.
Ci vorrebbe sempre quella leggerezza lì, in tutte le passeggiate che ci capita di fare. E magari anche in molte delle corse.
A saperla ritrovare.
Adesso se ne sta lì appiccicata ad un cartello, ma oggi è sabato e sono lontana.
Domani, chissà.
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23 febbraio 2009

In una famosa scuola di scrittura per spiegarti che cosa è un racconto ti dicono: immagina un omino su una linea bianca. La linea bianca è la sua vita, i suoi affetti, il suo lavoro o la sua scuola, i suoi interessi, la sua casa. Quello che mangia a colazione e i suoi vestiti preferiti.
Lui cammina tranquillo, dritto sulla sua strada. Poi all’improvviso succede qualcosa che lo butta fuori dalla linea. Lo prende e lo scaraventa su un albero. E magari l’albero inizia pure ad agitarsi spingendo il nostro povero omino di qua e di là.
Ecco quello è un racconto.
Se l’omino avesse continuato a camminare dritto sulla sua linea non ci sarebbe stato niente.
Questo per dire che quando qualcuno o qualcosa ci scaraventa sull’albero, mentre guardiamo da lassù la nostra linea bianca, sotto di noi e ci lamentiamo del vento che scuote i rami, potremmo pensare che forse non è il posto migliore del mondo ma, mal che vada avremo una storia da raccontare.
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16 febbraio 2009

Di tutti i quadri che ho,
di tutti i quadri sei tu
la più enigmatica,
nudo di donna si, ma…
nudo di donna pero’
molto romantica,
impressionistica un po’
il rosso il giallo ed il blu
che sanno d’Africa
e vorrei
averti dipinta io
ma non cosi’,
a mano libera;
e vorrei
averti inventata io si,
pero’ non cosi’,
colori e musica.
Di tutti i sogni che ho,
dei mei miraggi sei tu
la piu improbabile,
isola persa nel blu
e riscoperta pero’
irraggiungibile
deserto barbaro che
sembra vicino e non c’ é
palmizi e nuvole;
e vorrei
averti trovata io
pero’ non cosi’
come un’ america,
e vorrei
averti scoperta io si,
pero non cosi’
come l’America
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10 febbraio 2009
Chi ha un briciolo di bontà trova bontà ovunque…
Chi sa cosa vuol dire, pensa Noa mentre si accorge che il benzinaio è ormai chiuso. Per fortuna ci sono due ragazzi rimasti a fare i conti che le fanno il pieno lo stesso e le offrono un caffè caldo. Poi le dicono anche che non è l’unica ad essere finita lì in una notte come quella.
Ecco. Indovinate chi c’è, buttato sul pavimento, avvolto in una coperta di lana macchiata, semi-addormentato…
Noa sveglia il ragazzo. Lui è intontito per la febbre e taciturno ma non sembra sorpreso di vederla. La guarda come se fosse la cosa più normale del mondo, come se fosse stato evidente che lei sarebbe venuta a raccoglierlo.
Lui si trascina alla macchina, ancora bagnato, con il suo zaino “all you need is love” e si addormenta dopo pochi minuti.
Il piano di Noa è andare al magistero, svegliare un medico e la mattina mettersi al telefono per vedere di trovare questa Daphne, ma la pioggia oscura la vista, sbaglia strada e si perde. Per di più, il motore della macchina si spegne dopo poco. Lei fa in tempo ad accostare in una specie di parcheggio e si addormenta.
Come andrà a finire questa storia, uno comincia a chiedersi.
E poi pensa che forse c’è un solo modo possibile, e un’unica soluzione perché quella frase continui a girare all’interno del romanzo: nessuno deve spiegarla.
E infatti nessuno lo farà.
All’alba Noa si sveglia e si accorge che il suo passeggero è sparito. Non ha rubato niente eh… semplicemente è scomparso.
Passa una volante della polizia che aiuta Noa a far ripartire la macchina e lei torna a casa con la febbre alta ma la prima cosa che chiede al marito è di provare a rintracciare, tramite le sue conoscenze, una certa Daphne e un ragazzo irlandese atterrato il giorno prima. Poi crolla sul letto, sfinita.
Ovviamente del suo passeggero non si saprà più nulla.
Ecco, ieri sera mentre tornavo in treno da Roma guardavo fuori dal finestrino e proprio come i personaggi del libro pensavo a quel ragazzo che vaga per la Galilea alla ricerca della sua Daphne o magari ha abbandonato l’impresa e si è fermato a fare il falegname da qualche parte e in questo momento si riposa, con la testa appoggiata sullo zaino e i suoi capelli lunghi che gli incorniciano il viso nella luce della sera.
Se si ha un briciolo di bontà si trova bontà ovunque.
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9 febbraio 2009
“Non dire notte” è un libro dello scrittore israeliano Amos Oz. Forse lo conoscerete, forse no.
C’è una città piccola e tranquilla nel deserto del Negev e c’è una coppia, lui un architetto di 60 anni e lei una professoressa di lettere di 45 con un progetto che alla fine del libro non si capisce ancora se vedrà mai la luce. Dal punto di vista della storia non succede granché e quel poco non ve lo sto a raccontare, magari vi va di leggere il libro. Le giornate per loro si concludono quasi sempre sul balcone di casa, a guardare il deserto e la luce che se ne va. Se le città nel deserto hanno un sapore, ecco allora questo libro ha quel sapore lì. Di sabbia e di soli che si vanno a spegnere all’orizzonte.
All’interno del racconto però ci sono un paio di sotto-storie. Una di queste dura poche pagine e non si capisce bene cosa ci sta a fare lì dentro, non lo capiscono nemmeno i personaggi che poi continuano a ripensarci, un po’ come noi. A viverla è lei, Noa, anche se a raccontarla è il marito Theo (i punti di vista si alternano nel libro).
La storia è più o meno questa.
Andando ad un corso di aggiornamento, Noa carica un giovane turista irlandese. E’ novembre e piove. Lui ha i capelli lunghi, un enorme zaino sulle spalle con sopra scritto “All you need is love” ed è completamente fradicio. Racconta che ha attraversato l’Irlanda in autostop sotto la pioggia per arrivare a Dublino. Da lì ha volato fino a Birmingham e da Birmingham è arrivato in Israele. Tutto senza mai dormire.
E che ci fa lì?
Sta andando a cercare una ragazza chiamata Daphne, di Liverpool, con la quale ha passato una notte, un po’ di tempo prima, e di cui sa soltanto che è andata in Galilea. Adesso è intenzionato ad andare di kibbutz in kibbutz finché non la ritroverà. Il tempo non gli manca, dice, se gli mancheranno i soldi si troverà un lavoretto. Sa fare un po’ di tutto.
C’è già da dargli del matto. Come si fa a pensare di andare a cercare una ragazza per tutta la Galilea. Mica è uno sputo.
Ma poi, per concludere, dice anche una frase che Noa non sa bene come interpretare e che poi ritornerà più avanti nel romanzo.
Dice: Se si ha un briciolo di bontà si trova bontà ovunque.
Noa lo guarda e gli sembra che abbia la febbre, poi arriva a destinazione e lo fa scendere all’ingresso della città. E’ appena entrata al corso quando decide di tornare indietro. Pensa che deve portare quel ragazzo febbricitante da un dottore, sale in macchina e torna all’ingresso della città, ma non lo trova più.
Allora si avventura per strade sconosciute, alla sua ricerca ma finisce la benzina e si infila in una stazione di servizio.
(fine prima parte)
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31 gennaio 2009

“In tempi antichi, se qualcuno aveva un segreto non lo condivideva con nessuno… e sai come facevano?”.
“Non ho idea”.
“Andavano su una montagna, trovavano un albero, scavavano un buco nella sua corteccia e bisbigliavano il segreto al suo interno. Poi, lo ricoprivano col fango . E lasciavano il segreto lì per sempre”.
Musica che si aggira nella testa (inevitabilmente): Yumeji’s Theme
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20 gennaio 2009
Allora. Siamo rimasti che nonostante i calci dati alla neve ghiacciata la macchina è ancora incastrata. Che cosa fa uno quando non sa come uscire da una situazione? La prima cosa è temporeggiare, sperando che qualcosa, nel frattempo, cambi. Questo a volte funziona con le persone, sembra… oddio io non l’ho mai pensato, per me è quasi sempre tutto dannatamente bianco o nero, nonché immutabile, però il mio amico J. dice c’è anche il grigio, anzi, che tanta parte è proprio quel grigio lì e allora io ci credo. Qui comunque è dura e se rimango ancora un po’ al freddo, dopo il febbrone di questi giorni è la fine.
La seconda cosa è guardarsi intorno. Ecco, questo lo posso fare. E infatti lo faccio. Vedo poca gente che scivola via cercando in tutti i modi di arrivare in un posto dove probabilmente non è mai voluta andare, qualche mamma nervosa corredata da bambino sovraeccitato, un anziano che azzarda un passo sulla neve, timoroso, come un animaletto che bagna la zampa in un ruscello prima di convincersi ad attraversarlo.
Poi vedo un signore sulla sessantina, non tanto lontano che cammina verso di me. Lo vedo arrivare e penso: ecco, lui ha la faccio di uno che potrebbe aiutarmi. Tranquillo, cammina deciso ma senza fretta. Spero che si fermi. Ho il tempo di pensarlo. Deve farlo. Sto guardando uno sconosciuto che in qualche modo mi dirà che è tutto a posto e che adesso non ho più la febbre e che ci vuole solo un po’ di fiducia.
Perché è mattina e sono stanca.
Perché sono stata tre giorni isolata dal mondo e sarei rimasta così.
Perché non voglio che arrivi questo week end.
Adesso sono scesa. Sbaglio un mare di cose, ma forse queste no.
Il signore arriva. E si ferma.
Il resto ha poca importanza. Serie di manovre, spinte, ruote che girano.
Conta l’ultima frase però, un po’ perché da sempre amo i finali e un po’ perché nella sua semplicità c’è tutto quello che spesso non riesco a fare. Perché mi perdo in una serie di particolari ininfluenti: dettagli, orrendi o meravigliosi, ma per lo più semplicemente inutili.
Il signore mi dice: adesso ce la fai, prendi la rincorsa e vai.
Io risalgo in macchina, metto in moto, frizione acceleratore… sento che la macchina va. Ancora un po’ incredula e contenta, mi giro e faccio per ringraziarlo, quando lui mi fa un gesto e ripete: non ti fermare, prendi la rincorsa e vai.
E io sono andata.
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15 gennaio 2009

E’ venerdì mattina. Il mal di gola non se ne vuole andare ma la febbre è scesa e quindi è arrivato il momento di avventurarsi là fuori.
E’ come se da lunedì notte avessi vissuto un unico lungo giorno in cui i racconti dei libri si mescolano ai sogni che, disturbati dalla febbre si agitano per poi placarsi, come i bambini, con il silenzio della neve che continua a cadere al di là della finestra. E incanta.
E’ venerdì mattina, dicevamo e io decido che ce la posso fare, mi trasformo in un piccolo fagotto di lana e chiamo mio fratello.
Perché quando c’è un problema pratico, posso essere a Parigi, a Londra o a New York, ma lo chiamo. E non dico tanto per dire. Lo chiamo.
Problema: la macchina sarà sepolta dalla neve ormai ghiacciata. Partirà, non partirà, che faccio se non si apre nemmeno lo sportello…
Soluzione: chiamare il fratellone.
Infatti mi tranquillizzo. Anche se, pensandoci poi, probabilmente non sarei mai riuscita a fare nessuna delle cose che mi ha detto. Ma alla fine è quello il compito dei fratelli maggiori. Farti sentire che, anche se non capisci un tubo, ce la puoi fare lo stesso.
Scendo.
Lo sportello della macchina si apre ma il problema è che c’è un mare di neve ghiacciata accumulata intorno alle ruote, come se qualcuno le avesse volute incorniciare.
Che bel pensiero.
Con cosa la tolgo che non ho niente?
E allora faccio la cosa più divertente che mi sia mai capitata di fare una mattina qualunque andando al lavoro.
La prendo a calci.
Prendo a calci la neve ghiacciata.
Ed è fantastico. Funziona, per di più.
A volte è un po’ più faticoso, ma… è bellissimo.
Dovremmo farlo più spesso. Mettere da parte un po’ di neve, non proprio fresca, altrimenti fa poca resistenza e poi prenderla a calci. Ecco ci dovrebbero essere sempre dei posti dove tu vai e prendi a calci la neve. Perché non è come tirare pugni a un sacco in una palestra: il sacco rimane lì, ma la neve si disintegra. I pezzi di ghiaccio li distruggi e dopo non ci sono più.
Li distruggi e poi non ci sono più.
(fine prima parte)
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