Preludio.

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La mia amica G. chiama sempre quando avrei qualcosa da dirle.
Ma alla fine non le racconto mai niente perché è lei piuttosto a raccontarmi di sé. Quando chiudo la telefonata però è come se le avessi detto tutto. Anche se non mi è uscita una parola. Come stasera che, all’improvviso, mentre sto rientrando, di notte, a casa, dopo una giornata infinita sul set di U., mi riporta su questa terra con una dichiarazione banale quanto problematica: sono innamorata.
Si potrebbe pensare che le complicazioni arrivino come sempre dall’essere o meno corrisposti, dalla lontanza, dai dubbi di compatibilità.
Invece no.
Il problema di G. è un altro.
Il problema è che è di nuovo innamorata.
“Ti rendi conto? Non faccio altro che innamorarmi. Mi innamoro di continuo. E’ così ormai da due anni.”
Mi scappa una risata, ma so benissimo che lei è dall’altra parte, seria seria ad aspettare una risposta che sa di non poter avere.
“Beh, dopo tutto è bello innamorarsi, no? C’è chi farebbe carte false.”
Anch’io le avrei fatte una volta. Tanto tempo fa. Credevo che non mi sarebbe mai più successo e ne ero talmente certa che mi irritava qualsiasi forma di sicurezza del contrario. Una sera ero stata costretta a scriverlo su un foglio e consegnarlo ad una mia amica. Chissà se ce l’ha ancora, da qualche parte. Serissima, lei mi ci aveva fatto anche mettere la data: questo te lo ridò fra un po’. Eravamo sedute sugli scalini in una piazza di Prato, in un’estate che non se ne andava più.
“Sì sì… forse una volta avrei dato qualsiasi cosa… Però adesso è diventato impossibile. E’ che continuo a perdere la testa.” E mi racconta dell’ultimo ragazzo che ha incontrato, non lo conosce nemmeno, ma lo sento dalla voce, che già non capisce più niente. E’ bello sentire tutta quell’emozione che straripa nelle pause tra una parola e l’altra e nei sorrisi che non posso vedere.
Non faccio fatica a crederle. Le sue infatuazioni sono tanto sincere quando destinate a evaporare, inevitabilmente, così some si sono materializzate. G. non si innamora delle persone ma di una loro caratteristica. Una volta è la voce profonda di un cantante, una volta l’aria trasognata di uno studente pieno di speranze oppure il piglio sicuro e deciso di un avvocato in carriera o i movimenti sensuali di un ballerino. Vive le loro vite per un po’ e poi le abbandona, naturalmente, senza nemmeno accorgersene. Scivola via, così. Forse, alla fine, è solo un modo per non dover vivere la sua di vita.
G. è attenta e ad un certo punto si accorge che sono finita da un’altra parte.
Allora se ne esce con una di quelle intuizioni che solo lei può avere.
“Ti ricordi quando abbiamo girato una giornata alla ricerca di quel pezzo di musica classica che ti piaceva tanto? Oggi ho ritrovato il cd. Pensavo di averlo perso nel trasloco. Lo so che non c’entra niente ma ti ho pensato.”
Certo che me lo ricordo. Non sapevamo nemmeno che pezzo fosse. L’avevamo ascoltato per caso in un film. E io ero rimasta incantata. All’inizio avevamo provato a canticchiare la melodia, poi avevamo chiesto aiuto a genitori, insegnanti di piano, commessi dei negozi di dischi. E alla fine l’avevamo trovato.
Saranno passati dieci anni. E ancora adesso quando l’ascolto mi fa girare la testa.
“Davvero?”. Vorrei dire un’altra cosa. Ma non ce la faccio.
“Dai, ho capito, ti lascio riposare. Ci sentiamo domani. Dormi bene… “, si arrende, ma sempre con quell’aria leggera di chi già pensa a quando lo rivedrà.
Buonanotte.
Spengo il telefono. Sono già nel letto, gli occhi ormai ridotti a una fessura, quando penso che avrei potuto dirle che quel pezzo oggi l’ho sentito accennare su una chitarra, con la luce che se ne andava via troppo velocemente, in mezzo a una terrazza sbucata nel nulla. Il tetto del mondo, per un attimo.
Domani, magari, glielo racconterò e tutto sembrerà un po’ meno incredibile. Ma stasera si sarebbe innamorata di nuovo. Anche senza poterselo permettere. Lo so. Mentre mi tiro fino al naso la coperta, penso che la mia testa non sarebbe stata abbastanza ferma per tutte e due, stasera. Sono troppo stanca. E dopotutto è bello così.

Nella testa: Johann Sebastian Bach- Suite per violoncello n.1- Preludio

8 Commenti a “Preludio.”

  1. menphis scrive:

    Fa già così freddo dalle tue parti? …. O è un altro tipo di freddo?

  2. sara scrive:

    A Milano è sempre inverno…

  3. ETR500 scrive:

    “le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli
    il ghiaccio sulle cose
    la tele dice che le strade son pericolose
    ma l’unico pericolo che sento veramente
    è quello di non riuscire più a sentire niente”

  4. ETR500 scrive:

    P.S.
    Citazione/ruffianata a parte, secondo me (per quanto si può e non si fanno danni) conviene calvalcare l’onda, anche se di onde ne arrivano parecchie e si infrangono subito.
    Anche perché… a fermarle si rischia di farsi male ancora di più :)

  5. anonimo scrive:

    “C’è gente che sniffa cocaina, ci sono altri che se la sparano in vena. A noi invece basta fare un salto”
    (Point Break)

  6. gigilatrottola scrive:

    quando si dice una coincidenza…

  7. sara scrive:

    Ci ripensavo proprio ieri sera a questa storia delle coincidenze.
    Alla fine c’è sempre una parte di noi in quello che vediamo/ascoltiamo.
    Quel giorno io ero talmente stanca che è possibile che quelle tre note che ho sentito per un attimo non fossero nemmeno Bach e G. è così disordinata che probabilmente avrà scambiato il cd per un altro.
    Chi lo saprà mai.

  8. ross scrive:

    Quel pezzo è davvero bello. Anche a me piace molto. E… sono d’accordo: terrazza, tramonto, musica… G. si sarebbe innamorata di nuovo :-)