Room Service.

7 maggio 2010

az-hotel-room1 Gli alberghi indicano, da sempre, lontananza.
Poco importa che la tua città sia poco più in là, a un passo dal confine e che i lampi di tv che si infrangono sulla parete opposta al tuo letto riflettano immagini conosciute.
La vasca in cui ti sei appena immersa non è la tua, le lenzuola in cui fai quasi fatica ad entrare hanno l’inconfondibile caparbia piega della lavanderia e le spesse ed elaborate tende alla finestra si fanno tirare a fatica, mentre speri che non lascino filtrare la luce del mattino.
E poi c’è silenzio.
Quel silenzio ovattato che lascia passare qualche piccola frequenza di suoni che sembrano provenire da un altro mondo. Stanze lontane anni luce, con chissà quali vite dentro.
Qui il tempo un po’ si annulla, così come lo spazio. Tante piccole ricostruzioni della nostra idea di casa, un puzzle di camere su un piano qualunque, nei pressi di una stazione, in una notte di maggio dove l’aria fredda ti si infila dentro la giacca, una di quelle sere che ti riportano subito addosso l’inverno.
Potresti essere ovunque e non avrebbe importanza: ti Senti lontano.
E questo basta perché tutto si amplifichi. Le sensazioni, le emozioni, i pensieri.
E’ come se questi non-luoghi che sono le stanze d’albergo togliessero dei filtri innescati dentro di noi.
Mentre mi asciugo i capelli penso a un frammento di una vecchia intervista che per qualche strano motivo mi è sempre rimasta in mente. Partiva con la solita domanda di routine, all’artista di turno, sullo status della sua relazione sentimentale. Non sentiva la sua ex compagna da molto, si diceva. Lui aveva risposto: non l’ho mai chiamata per mesi, anche se ho sempre pensato di farlo e poi, un giorno sono partito per New York, per lavoro, e appena sono arrivato là, dalla mia camera d’albergo l’ho chiamata.
Non c’è niente da fare.
Cerco il pigiama nella borsa, prima di disperdere il calore accumulato in quella specie di sauna in cui ho trasformato il bagno, e sono sempre più convinta che ogni tanto serva davvero un hotel.
Per fare le domande che servono e per trovare la capacità di leggere le risposte, per chiederci che cosa ci va di fare domani e per capire in che modo questo ci definisce, e soprattutto, per non lasciarci distrarre da quello che di noi abbiamo proiettato sulle pareti delle nostre case.
Ogni tanto abbiamo bisogno di un po’ di schiettezza e di sincerità.
Del bianco immobile e senza scuse di una camera d’albergo.
Basta una notte, anche solo un breve passaggio.
La nostra vita, da qui, è così lontana e così vicina.
Faraway so close.
In attesa del mattino.

Un po’ di magia

21 marzo 2010

Per Natale ho ricevuto un mappamondo.

Da tanto tempo, tutti gli anni, a dicembre, in cerca di regali, io e mia mamma passiamo davanti a un bellissimo negozio di giocattoli. In realtà non è un negozio qualsiasi e forse non vende neanche giocattoli. Però porta il magico nome del libro di un filosofo del ‘600 che racconta di una città sull’equatore… e contiene un mare di oggetti intelligenti che giocano con le regole della scienza, invitandoti a conoscerla.

Entriamo.

Guardiamo le novità, ci chiamiamo a vicenda per vedere gli oggetti più strani e poi io mi inchiodo davanti a un mappamondo.

Beh, c’è da dire che ho sempre avuto una passione per i mappamondi, fin da quando ero piccola. Avete presente quelli classici, che ci hanno comprato quando andavamo a scuola, con il piedistallo e la sfera che ruota? Ecco, quello io me lo sarei portato sempre dietro, in tutti i miei viaggi e in tutti i miei traslochi. E invece è rimasto nella mia cameretta, su una mensola, in un punto strategico studiato in modo che fosse visibile sia dalla scrivania che dal letto. Ogni tanto, ancora oggi lo giro. E non è che sia una cosa così, tanto per fare. Ogni porzione di sfera ha il suo significato. Il lato di quando sono ansiosa oppure ho qualche preoccupazione è sempre stato quello dell’oceano. Tutto blu. Solo acqua e qualche piccolo puntino qua e là.

Non è affatto strano, quindi, che, entrata nel negozio, ad un certo punto lasci mia mamma gironzolare da sola per bloccarmi davanti a quell’oggetto magnetico: una sfera sospesa in aria, un piccolo mondo che sta in equilibrio su una base, senza nessun appoggio. Le regole sfruttate sono quelle del magnetismo. Come quando giocavamo con le calamite. Semplice, no? Ma spettacolare.

Arriva mia mamma e dopo averlo guardato un po’ se ne esce con una di quelle frasi che ti riportano indietro di vent’anni.

“Te lo compro.”

La commessa smonta quello in esposizione perché è l’ultimo rimasto, ci dice che è un po’ complicato metterlo in equilibrio ma che poi non si tocca più…

Così qualche giorno dopo, tornata a Milano, lo tiro fuori dalla scatola, sistemo la base su una mensola e provo a posizionarlo. Non c’è verso di farlo funzionare: appena avvicino la sfera alla base, questa l’attrae con forza e il piccolo mondo finisce spiaccicato sul metallo.

Ci provo un’infinità di volte, ma niente.

Passano vari amici da casa, il mappamondo che non sta in equilibrio diventa il gioco del momento ma nessuno riesce a capire come funziona. Mia mamma propone di tornare al negozio di giocattoli per chiedere spiegazioni.

Poi un giorno, all’improvviso, chiacchierando con A., tiriamo fuori un cavo dalla scatola e capiamo. Anche con la corrente non è semplicissimo, bisogna tenere le braccia molto ferme, avvicinare e allontanare la sfera imparando sentire l’intensità delle forze fino a trovare il punto esatto di sospensione, ma così i magneti si controllano più facilmente e dopo qualche tentativo… voilà: il mappamondo è finalmente in volo.

Mi siedo sul divano e lo guardo. Casualmente, è girato dalla parte dell’oceano e per un attimo tutta la stanza mi sembra pacificamente blu.

mappamondo


PARTE 2

Qualche giorno dopo il mio coinquilino torna da un week end fuori città. Appena mette piede in casa gli urlo: il mappamondo funziona! Lui si precipita in sala e lo guarda meravigliato. Non mi chiede niente. Dice solo:

Wow.

Sintetici come sempre gli americani.

Gli dico che posso anche farlo girare e do una leggera spinta alla sfera per farla ruotare. La terra comincia a girare e sempre più fiduciosa gliene do un’altra. A questo punto il mappamondo ballonzola un po’, va fuori asse e crolla sulla base.

Nooooooooo.

Ancora la perfetta sintesi del mio coinquilino.

Io non lo guardo nemmeno, fisso la piccola terra collassata sulla base di metallo e penso che non riuscirò mai a farlo stare in equilibrio di nuovo.

Mi vengono le lacrime agli occhi, avrei mille cose di cui preoccuparmi in questo momento, ho una vita buttata all’aria, eppure mi metterei a piangere solo perché quel mappamondo non vola più. Poi penso che non avrei mai dovuto girarlo, che quelle cose lì sono belle soltanto da guardare e che si devono prendere così come capitano, se il mare sta dietro si può soltanto immaginare. Alla fine però, come spesso mi succede quando i pensieri si fissano su una cosa, ne faccio un’altra che è esattamente l’opposto.

Prendo la sfera e con pazienza la riavvicino alla base. Gomiti fermi. Mi ripeto che adesso ho capito come si fa e che quindi sono capace di farlo. Mani sicure. I primi tentativi vanno a vuoto, è difficile gestire quelle forze che si contrappongono. Occhi sulla linea dell’orizzonte. E’ complicato da spiegare ma c’è un istante in cui si capisce che la distanza è giusta, i due corpi sono in contatto e il meccanismo sta per funzionare. Respiro regolare. E’ proprio quel punto lì che devi andare a cercare perché da lì nasce tutto il resto.

Ecco.

Il mondo torna meravigliosamente in equilibrio.

Il mio coinquilino è rimasto muto per tutta la scena. Spalanca gli occhi e ripete.

Wow.

Sorrido. Non so da quanto era che non lo facevo. Poi mi siedo di nuovo sul divano e guardo quel pezzo di plastica sospeso su una mensola.

E penso a tutti quelli che in questi mesi mi hanno chiesto che fine ha fatto invisibilia, e che fine ho fatto io. Ecco, credo di aver fatto questo. Credo di aver provato a mettere in equilibrio quello strano marchingegno a forma di mondo. Semplice e complicatissimo allo stesso tempo.

“C’è un po’ di magia” direbbe il mio amico N. Di stregonerie ovviamente non ce ne sono, l’incantesimo come sempre lo cerchiamo noi. Solo che ogni tanto ci mettiamo un po’ a trovarlo.


(Grazie ad A. per aver capito il meccanismo e, come ogni volta, per avermelo insegnato, grazie a tutti i miei amici per aver provato ad aiutarmi, ai due matti S. ed E. per aver condiviso l’incanto anche quando non ci credeva più nessuno, a mio fratello per aver progettato viaggi di soccorso a Milano e ovviamente a mia mamma per aver dato il via al gioco)

New Year

8 gennaio 2010

eternal_4_low1

Lo scorso gennaio io e  il mio amico P. , approfittando di una copiosa nevicata e di tante chiacchiere fatte davanti a un paio di film, siamo usciti a far foto. Umore sospeso e, come da tempo ho imparato a fare, tanta voglia di indirizzare idee e suggestioni lungo una strada più ordinata. Piccola, magari insignificante, ma ordinata.

Il risultato è stato una serie di foto, tra cui questa che, adesso, esattamente un anno dopo, è andata a comporre il banner di Invisibilia.

Le strutture cicliche hanno il loro fascino…

L’idea stavolta è di Daniele Bogo (il primo nome e cognome di invisibilia?) che ha riadattato alcune di quelle foto.

E poi c’è il solito paziente lavoro del mio fratellone che arriva e mette ogni cosa al suo posto.

Buon anno, ragazzi.

Alter ego

4 gennaio 2010

S: Come stai?
P: Mah. E tu?
S: Mah. Senti…
P: Sì.
S: Mi ha chiesto l’amicizia su FB un tale M.S… Amico tuo. Ma chi è?
P: Un tipo che conosco. Un po’ labile.
S: …
P: Più di noi, ecco.

10×10

14 dicembre 2009

mtvtop10x10

S: Finalmente va in onda. Stanotte ho sognato che dovevo riscrivere il testo sui vampiri perché era andato perso.

N: Dove si vede?

S: In qualcosa tipo 170 Paesi.

N: Ah. Cioè in tutto il mondo civilizzato… Praticamente dove c’è una ruota va in onda anche il tuo fottuto programma.

Gomma a terra.

12 dicembre 2009

pneumatico

Mio fratello è una delle persone più razionali che Dio o chi per lui abbia messo su questa terra. Sarebbe capace di provare a spiegare come risolvere un’equazione differenziale a uno che ha fatto a malapena le medie.
Io, come al solito, lo chiamo per qualsiasi tipo di problema anche se è a 300 km di distanza. Perché lo so che anche da laggiù qualcosa di buono me lo dirà.

- Hey!
- Hey…
- Ho bucato una gomma.
- Ah. Quando?
- L’altra sera. Ero nervosa, andavo un po’ veloce… e ho preso una buca.
- Ma è proprio a terra?
- Sotto sì, sopra no.
(sento mio fratello che muore dal ridere)
Dai… mi sono spiegata male…
(continua a ridere, non ce la fa)
Insomma, come faccio a mettere la ruota di scorta?
- Non l’hai mai fatto?
(torna finalmente serio)
- No.
- E ti pareva.
- Quindi?
- Quando vieni qui per Natale ti insegno.
- E ora?
- Eh.
- Eh.
- E ora fai gli occhioni.

Che fatica. E’ mattina presto, ho dormito male, la macchina è inutilizzabile e mio fratello mi dice che devo fare gli occhioni.
Non so se in questo momento mi pesa di più mettermi un vestito decente e truccarmi oppure provare a sorridere.
Alla mega-officina che è nella piazza dietro l’angolo arrivo dopo pochi minuti a piedi. Il freddo mi entra negli occhi facendomeli quasi lacrimare. Occhi lucidi, perfetto.
Peccato che appena arrivo mi rendo conto di aver davanti un pettinatissimo centro-gomme con una vetrata da far invidia ai negozi del centro. E al di là del vetro, ahimé, una donna. Ma io dico. Dove sono finite le care, vecchie, sporche officine di una volta., dove gli unici esseri femminili sono appiccicati alla carta di un calendario di anni fa, fermo da secoli sul mese di agosto? Beh, dopo tutto siamo a Milano e qui il grasso non sporca e i pneumatici scintillano in attesa dell’happy hour.
Ovviamente vengo rimbalzata da una serie di “abbiamo troppo lavoro” bla bla bla.
E ti pareva.
Torno indietro e mi rivolgo all’unica persona che può darti una mano quando proprio non c’è più niente da fare, il simbolo dell’arte dell’arrangiarsi, il prontuario dei consigli per ogni emergenza: la portinaia.
E lei, come i saggi delle migliori favole, mi illumina: c’è una piccola officina proprio dietro la nostra strada, sono simpatici, vedrai che ti aiutano.
Così con gli occhi lucidi che mi hanno trasformato in un panda, facendo colare tutto il fastidiosissimo mascara (un consiglio per le fanciulle: nei momenti critici puntate sempre sul rossetto, è più sicuro) mi avvio.
L’officina è proprio piccolina, trasandata quanto basta e gestita da due personaggi che sembrano usciti dal mio blog. Un vecchio signore anziano, in tuta da lavoro, che discute affabilmente con una passante e un ragazzo poco più che ventenne, serio e composto, assorbito dal suo lavoro, ma con le mani meravigliosamente sporche.
Sarò pur sempre una ragazza di provincia, ma mi sento a casa.
Alcune ore dopo ho la mia bella gomma nuova, pagata un prezzo onestissimo, e tutte le altre perfettamente gonfie. Per poco non mi cambiano pure l’olio.
Nel piccolo soppalco che fa da ufficio mi dicono di portargliela per un controllo ogni due mesi, mi lasciano il loro numero e mi salutano come se avessi sempre abitato lì in quel quartiere e ci fossimo incontrati tutte le domeniche mattina a far colazione al bar.
Ogni volta che questa città mi delude, contemporaneamente mi sorprende.
Le luci della mia via, stasera, mi sembrano bellissime.

Come tutti gli altri.

6 dicembre 2009

carrelli

Fare la spesa la domenica mattina presto è un’esperienza strana. La città dorme, i rumori arrivano attutiti e anche gli ascensori sembrano andare più lenti.
Ma senza che ce ne accorgessimo è arrivato dicembre, il fantasma del Natale presente si avvicina e quindi il parcheggio del supermercato non è deserto come al solito.
Niente a che vedere con il delirio del sabato, certo, ma i barbari sono arrivati anche qui, a conquistare un pezzetto di una mattina di festa qualunque, incerta e pallida, dentro un mese invadente, illuminato a intermittenza.
Prendo il carrello e mi avvicino all’ascensore. Una signora di mezza età preme nervosamente  il pulsante di chiamata e poi si gira verso l’uscita, impaziente.
Si guarda intorno, poi fissa la freccia rossa che punta verso l’alto, quindi guarda di nuovo l’uscita.
- Ah, eccoti.
Parla rivolta ad un signore che arriva senza fretta, spingendo il carrello. Ha gli occhi dritti davanti ai suoi, ma non la guarda, chissà dove è. Forse non la sente nemmeno.  Non dice niente, un segnale elettronico avverte dell’arrivo dell’ascensore. Lei gli fa cenno di andare. Lui entra, lei lo segue. Io mi faccio avanti con il mio carrello e mi sistemo in un angolo. La scena è tutta loro, io sono lì per caso.
Proprio mentre da lontano spunta un ragazzo che affretta il passo per raggiungere il nostro ascensore, la signora preme il pulsante di salita. Le porte si chiudono, con una determinazione inesorabile, stringendo sempre di più il parcheggio e il ragazzo in avvicinamento, fino a nasconderli del tutto.
- Ma perché non hai aspettato? - chiede il signore, come se fosse improvvisamente tornato in vita.
- Ehhh- prende tempo lei, un po’ scocciata - non ho fatto in tempo, avevo già schiacciato …
Era stata questione di un attimo. L’aveva visto e aveva premuto contemporaneamente. C’era lo spazio per interrompere un gesto già partito, forse. Chi lo sa. Ci penso, mentre l’ascensore sale, lento e silenzioso, come ogni domenica mattina.
Il signore la guarda, lei non si gira, ma stavolta la sta guardando davvero.
E dalla sua bocca esce qualcosa che ancora adesso non so esattamente cosa fosse. Perché lo dice con un tono così freddo da poter spazzare via qualsiasi forma di affetto fosse rimasta in sospeso tra quei due.
C’è un mare gelido davanti a loro e lui ha tutta l’intenzione di buttarla in acqua. A questo punto c’è da chiedersi solo come lo farà.
- Sei come tutti gli altri.
Splash. Buttata. Trenta gradi sotto zero e sento freddo anch’io. Le parole arrivano senza esitazioni, senza scuse, senza litigi da rimandare.
Intrappolate nel ghiaccio, quasi solide, rimangono nell’aria qualche secondo.
A me sembra un’eternità.
Poi le porte si aprono di nuovo, il rumore delle casse invade l’ascensore, lui spinge il carrello, le passa davanti ed esce.
Lei rimane ferma un secondo.
Io non posso fare a meno di cercare in aria gli spruzzi d’acqua gelata di quel tuffo forzato.
E invece sento solo la voce di lei, che non parla a nessuno, un bisbiglio, quasi inesistente.
Un congegno che si spegne.
- E allora?
Suo marito è davanti a lei, si sta allontanando di spalle.
Lei fa un passo ed esce.
Il passo è quello nervoso di poco prima. Lei è quella di prima. “E allora… ” Lo raggiunge e spariscono dietro un giardino di verdure in offerta.

La curvatura di Jefferson

14 novembre 2009

strade1

A Jo e a tutti i salta-strade.

Da quando hai imparato a parlare hai scoperto anche un’altra fondamentale abilità: cambiare discorso.
Trovare un collegamento, un link,  come si direbbe su internet, che conduce immediatamente da un’altra parte, su un’altra pagina, meno ostile e più sicura.
Beh, tutti l’hanno fatto almeno qualche volta, ma per alcuni diventa quasi uno stile di vita: farsi trasportare da una parola in un territorio conosciuto e innocuo, un paesaggio che puoi descrivere ad occhi chiusi e che, in caso di necessità offre non pochi nascondigli ( e tu li conosci tutti). Non è distante , è sempre lì, a pochi passi. Non fa freddo, non fa caldo, ti senti a tuo agio.
Passano gli anni e le tecniche si affinano.
Le discussioni scorrono su un filo, serenamente, e quando si intoppano… voilà,  c’è una perfetta strada parallela su cui saltare.
Ci balzi sopra e ti senti salvo.
La vita continua ad avere il suo bel binario dritto e poco importa se ogni tanto non ci sei più esattamente dentro. Poco importa se in realtà sei a metri di distanza perché dopo tutto c’è sempre il rassicurante medesimo orizzonte che ci deve essere. Insomma la direzione è quella, anche se non ti ricordi più quando l’hai decisa.

Poi un giorno capita che, per qualche motivo, la connessione non funziona, i link non si aprono e tu sulle tue strade parallele non riesci più a saltarci.
Accenni anche qualche misero movimento, sperando di rimbalzare su uno di quei fantastici percorsi alternativi, ma non riesci ad alzare nemmeno un braccio; provi a dire qualche brandello di frase, ma non apre più nessun link.
E allora stai fermo, immobile, come nei sogni. E non dici più niente.
Hai freddo, la pioggia ti bagna e la terra diventa presto una fanghiglia.
Ti guardi intorno, hai il tuo bel vestitino imbrattato, le scarpe appiccicate e non c’è nessuno.
Non puoi far finta di esserti perso perché l’orizzonte è sempre lì davanti a te, ma se ci vuoi arrivare stavolta devi rimanere sulla ferraglia sporca di quel binario qualunque, il tuo binario qualunque,  riconoscere quella specie di poltiglia che ti si attacca anche ai polmoni  e trovare un modo per sentirtici bene.

Passa il tempo e ad un certo punto smette di piovere.
Le connessioni sembrano ritornare, ti accorgi che le strade parallele si riaprono e se provi a saltare realizzi di aver recuperato quasi tutti i movimenti.
Potresti fare mille cose e invece non ne fai nessuna.
Anzi ne fai una.
Ti siedi, nel fango.
E guardi avanti.

Sunday Morning

5 ottobre 2009

risveglio

Dopo un numero imprecisato di vodka lemon. Dopo una serie di abbordaggi schivati con (discutibile) inventiva. Dopo un risveglio con un pugno nello stomaco.

Occhi assonnati, cd, divano.

N: Lo ucciderei quando fa così.
S: Perché?
N: Perché per amore non alza mai il culo, ma per orgoglio sì.
S: (ridendo) Normale. Regola numero due.
N: E ti viene pure a cercare capito?
S: Certo. Ti ha trovato?
N: Sì.
S: Regola numero uno.
N: ?
S: Quando ti devono dare della troia ti trovano sempre.


Sullo stereo: The Velvet Underground- Sunday Morning

Break.

17 settembre 2009

img_vivere

Ci sono giorni in cui è come se non fossi più tu.
E’ come si ti prendessi una vacanza da quello che sei.
Così rispondi alle mail a cui normalmente non risponderesti, mangi quello che non mangeresti, parli come non parleresti.
Lo sai che dura poco e forse è per quello che è divertente. Ed è anche quasi rassicurante.
Cosa sarà mai.
Fregartene per un po’. Chiamare, scrivere, comprare. Tutto va bene purché non abbia senso. Tutto purché non abbia niente a che fare con te.
Poi ti accorgi che il break è finito, è ora di tornare a casa e allora butti le schifezze nel frigo, ti riappropri del tuo linguaggio e, lentamente, ridiventi quello che sei sempre stato.
Perché ti sia capitato non lo sai, cerchi qualche definizione prima di spegnere il computer e andare a dormire, ma non la trovi.
Forse è più semplice di quanto pensi.
Magari aveva ragione quel tuo vecchio amico strampalato che ogni tanto faceva qualche cosa che nessuno capiva e se provavi a chiedergli il motivo rispondeva semplicemente, con gli occhi limpidi e sinceri.
“Beh, volevo vivere ancora un po’”.
Così diceva.
Volevo vivere.
Ancora un po’.

Scrivanie in ordine (ovvero contenuti e comportamenti)

3 settembre 2009

ombra

J. lo conosco da una vita.
E lui da una vita conosce me.
E sempre da una vita, o almeno da molto tempo, mi ripete che basta poco a capire le persone.
Poco? chiedo sempre io.
Si poco, ripete sempre lui.
Beh, J. riesce a semplificare tutto. E’ il suo lavoro, credo. Capire che tipo ha davanti nel più breve tempo possibile, senza girarci troppo intorno. Poche categorie, poche parole per identificare i tratti essenziali dell’esemplare umano in questione. Mica è roba facile eh. Infatti io sono mediamente un disastro. Lui lo fa da dio.
Basta eliminare i contenuti, dice lui.
Guarda i comportamenti e elimina tutto il resto, ripete. Le parole sono fuorvianti. Affascinanti e bellissime, a volte, ma fuorvianti.
Infatti J. non è che stia lì a domandare di sogni ricorrenti o farsi raccontare ricordi d’infanzia. Se lo fa è solo per divertirsi. Perché potrebbe anche chiedere la ricetta della pasta al pomodoro e sarebbe lo stesso.
Lo stesso per lui, ovviamente.
Così dice J. e così ogni volta io cerco di ricordare questa semplice regola.
Scordati i contenuti, guarda i comportamenti.
Per una come me, che di parole ci vive, non è mica immediato.
Scordati i contenuti, guarda i comportamenti.
Ok.
E finisce che, ogni tanto, ci penso la notte, quando è ora di andare a dormire, come stasera, perché prima di addormentarsi uno vorrebbe sempre avere chiaro un po’ tutto. Non che sia capitato niente, però ogni tanto viene voglia di capire. Succederà anche a te no? Come quando all’improvviso pensi che potresti anche mettere in ordine la scrivania.
E’ solo un attimo però.
Perché poi pensi anche che la scrivania non ce l’hai, il computer è sempre in giro e i libri anche.
E forse hai anche sonno.
Allora, mentre ti butti sul letto, prometti che te lo ricorderai per un’altra volta. Giuri.

Coincidenze.

14 agosto 2009

coincidenze Questo post l’ho rimandato almeno una decina di volte. Ma l’ho promesso a E. , alla sua estate da salvare e a quella specie di strana forma che assume il caso quando assomiglia a un destino. E allora stasera è la sera giusta. Fa troppo caldo per dormire e troppo silenzio, in questa città fantasma, per sentirsi veri, in carne ed ossa. Un far west desolato in cui cercare una pistola di parole, un duello di punteggiatura mentre un fazzoletto di frasi cade a terra.

Questo post l’ho promesso ad E. perché parla di coincidenze. E lui alle coincidenze ci crede. Si, sapete quelle cose che accadono e vi sembra che siano così meravigliosamente collegate alla vostra vita da essere un segno, un’indicazione, una riga che unisce finalmente due punti.
Sono quei momenti in cui sembra che la vostra vita improvvisamente vi parli.
E non lo fa con il solito casino che si perde in un fiume di eventi, persone, discorsi e azioni.
No.
Sembra che fermi tutto, senza preavviso, e dica adesso mi state ad ascoltare.
E, siccome sa anche essere affascinante, a volte, la vita, lo farà in un modo incantevole.
Ordinato, preciso.
E incantevole.

Ecco, il mio amico E. quando la vita sembra parlargli, in quel modo lì, ammaliante, sorprendente e indimenticabile, non capisce più niente e si immerge completamente. Si affaccia su quell’ordine improvviso e lo abbraccia. C’è chi rimane a guardare. Lui è uno di quelli che si butta.
Poi però torna da una delle sue serate, si siede sul divano, prende una birra e mi chiede cosa ne penso.
Mi chiede se esistono le coincidenze, che cosa sono, cosa ci stanno a fare lì, a sorprenderci.

E’ tardi e in giro non c’è nessuno. Milano d’agosto, due amici che lavorano e che si raccontano cosa succede là fuori mentre dalla finestra non si vedono che vetri e porte chiuse.

Sembra che la vita vi parli, dicevo.
Ecco, ribaltate tutto.
E’ come un gioco di prestigio.
Sembra che lei vi parli e invece siete voi a parlare a lei.
Siete voi a mettere in ordine e poi sorridere senza rendervi conto di averlo fatto: le coincidenze sono il nostro modo di leggere la vita e di renderla meravigliosa. Siamo continuamente bombardati da incontri fortuiti di persone e avvenimenti… ma noi ne registriamo solo alcuni. La stragrande maggioranza delle coincidenze, scriveva Kundera, rimane inosservato.

Lo so già che a E. la mia spiegazione non piacerà, in realtà non è meno romantica della sua, ma forse lui non lo sa.

La sua birra finisce, la mia rimane nel bicchiere.
Si aspetta una frase-invisibilia, come le chiama lui, ma io una frase-invisibilia non gliela posso dire. Non adesso.
E quindi non gli dico niente. Di Kundera, del nostro modo di vedere e ricordare quello che succede. Di come certe cose ce le appiccichiamo addosso da soli, ai ricordi, ai racconti, ai sorrisi di mezza estate. Non gli dico niente di tutto questo.
Mi alzo. Metto i bicchieri nel lavandino e poi mi giro.
“Certo. E’ incredibile.”

Zivago

18 luglio 2009

ragnoIl telefono sobbalza all’improvviso, sul legno, in una buia campagna pugliese.

- Hey ma dove sei finita… ti sento come se fossi in un microonde.
- Eh.
- Lavori?
- Già.
- Dove sei?
- Da qualche parte, in una vecchia masseria.
- …
- …
- Hey.
- Sì.
- Ci sei ancora?
- Sì, non c’è segnale.
- Ma ti mandano sempre in mezzo al nulla. Sei da sola?
- Sì… cioè no, c’è un ragno enorme di fianco alla cassettiera.
- Ah. E dormi con il ragno?
- Sì
- Non l’hai ucciso?
- No.
- E non l’hai nemmeno buttato fuori dalla finestra…
- No. Sono troppo stanca.
- Insomma non hai fatto niente.
- Gli ho dato un nome.
- (ride) Beh, chiaro.
- …
- Non sento.
- …
- Ascolta miss linea verde ti richiamo quando torni nella civiltà, volevo solo sentire se stavi bene, se eri sempre tu, insomma.
- .. on.. ne sono proprio …icura.
- Cosa?
- Non ne sono proprio sicura.
- Mmm. Ti chiamo domani?
- Ok. Ma non riesco sempre a rispondere.
- Ci provo. Notte.
- … otte

Appoggio il cellulare sulla cassettiera, posizionandolo in bilico tra lo specchio e un libro, fino a quando non vedo una misera tacca ricomparire sullo schermo. Guardo il ragno e mi butto sul letto. Sono sfinita. Un aereo all’aba e poi chilometri e chilometri di strada. Personaggi assurdi persi in posti che forse non esistono nemmeno.
Chiudo gli occhi. Devo trovare il coraggio di alzarmi e aprire la valigia.
Il cellulare suona di nuovo.

- Pronto - rispondo appiccicandomi allo specchio, nel tentativo di non far cadere la linea.
- Una cosa…
- Dimmi.
- Come l’hai chiamato il ragno?
- Zivago.
- Ah ok. Tranquilla, sei sempre tu. Ti chiamo domani, dormi.
- Sì.

Forse dovrei mangiare, ma ho troppo sonno.
Guardo Zivago, la valigia, il letto.
Un mare di frasi che rappresentano distanze, da che qualcosa che non ho ancora capito cos’è.
Domani. Penserò domani.

On The Road

21 giugno 2009

strada

Sono stati sei mesi strani.
Iniziati a gennaio, con la neve che seppelliva Milano e con me, confusa dalla febbre, che la guardavo cadere, completamente senza suono, dalla finestra.
Arrivati fino qui, in una domenica di giugno proiettata verso un’estate di arrivi e partenze.
Dentro ci stanno persone e personaggi, obiettivi e affanni, calci e giravolte.
Difficile la strada verso la felicità, commentava ETR stamattina. A volte non sappiamo proprio quale sia. Più che la difficoltà nel percorrerla capita che si sbagli proprio strada. Cioè si fa una fatica boia, ma sulla strada sbagliata.
Già.
E allora ogni tanto conviene guardare dove siamo, cosa c’è intorno, se ci piace. Oppure se continuano a dirci che il paesaggio che abbiamo intorno è bellissimo ma noi non possiamo fare a meno di guardarlo con quel sorriso lì, un po’ a metà, incerto e sospeso come gli sguardi di Bentivoglio alla fine di un film.
Sei mesi.
Un mare di storie che si intrecciano o forse soltanto una. Inutile o fondamentale.
Adesso sono qui, senza pensare che ci sarei mai arrivata, a guardarmi intorno, con gli occhi spalancati a cercare un’altra mappa.
Se non fosse per la stanchezza si starebbe anche bene. Ma c’è da riprendere lo zaino, senza pensarci troppo su, perché adesso inizia il pezzetto di strada più difficile. A volte penso che continuerò a camminare all’infinito, altre volte penso che avrei dovuto aspettare una cartina un po’ più dettagliata, altre volte ancora che le confuse indicazioni dei passanti, a volte, sono più efficaci del satellitare.
Così… op… si va.
Sempre con gli occhioni addosso al mondo. A farseli bagnare dai temporali e asciugare dal sole. Guardando quei pochi metri di strada all’orizzonte e provando a immaginare tutto il resto. Provando a immaginare noi.
Quando prende proprio male, gonfiano i piedi e non c’è verso di andare avanti allora mi siedo, scomposta, da qualche parte, elimino l’asfalto, il traffico, i cartelli scoloriti e penso a Luciano, che attraversa paesaggi incredibili, su un treno. Oppure a nonno Pietro che prepara il caffè nella sua piccola cucina.
Magari li incontrerete anche voi, un giorno.
Nel frattempo, senza nemmeno accorgermene, ho ripreso a camminare.