Archivio di marzo 2009

Where the streets have no name.

martedì 24 marzo 2009

strade2

Chi mi conosce sa che praticamente non possiedo il senso dell’orientamento. Si sono proprio dimenticati di metterlo nel mio patrimonio genetico (insieme ad un altro paio di cose… ).
Che dire. Mi perdo da quando ero piccola e quindi, in parte ci sono abituata. Non riesco a usare gli elementi geografici come punti di riferimento (fiumi, montagne etc.) né tanto meno a dare un senso ai reticoli di strade. Nord sud est ovest… non ho mai capito da che parte fossero a meno di non trovarmi di fronte a un tramonto (ma, lo sapete, su invisibilia, il sole non tramonta mai :-)) e spesso sbaglio anche con il navigatore: giro troppo presto o troppo tardi o semplicemente mi dimentico e tiro dritto.
Insomma se doveste decidere di abbandonarmi da qualche parte, state pur certi che non tornerò a casa. O almeno non di proposito.
L’unica cosa che sono capace di fare è continuare a vedere facce, parole, espressioni, episodi e ogni tanto provare a raccontarli. E allora, l’altra sera in macchina, davanti all’ennesima strada di cui non ricordavo il nome ho pensato che in realtà quella strada lì il nome non ce l’avrebbe mai avuto. Quella strada era quella in cui avevo cercato di rispondere ad una raffica di domande. E poco più in là c’era quella dove andavo a prendere la pizza quando avevo bisogno della leggerezza di un cartone su cui scrivere sottovoce. E proseguendo avrei trovato l’angolo in cui avevo promesso a TJ che avremmo buttato bambole nel naviglio e, a destra, la strada in cui avevo pensato di abitare se avessi scelto una vita completamente diversa con, a fianco, il controviale alberato dove ho incontrato per caso l’abbaglio di un ricordo. L’incrocio invece è quello dove ho messo un pezzetto di vita nelle mani del mio amico J, come quando lasci il volante di una macchina perché fosse per te scenderesti volentieri e molleresti tutto lì ad arrugginire. La piazza dopo il semaforo quella in cui non smettevo di ridere e sentivo quanto è bello, a volte, non dover pensare a quello che verrà.
Ecco, questo è esattamente quello che ho fatto negli ultimi mesi. Ho viaggiato in questa città, passeggiato in questo mondo di strade senza nome. No, non sono tornata a casa, se ve lo state chiedendo, non questa volta, sono ancora lì a gironzolare. Forse nemmeno ci tornerò. Ma ho scoperto, con stupore, di non essere capitata chissà dove e soprattuto di sapermi orientare, seppure in modo buffo e approssimativo, lì dentro. Me ne sono accorta così, a caso, qualche sera fa, mente tornavo da un concerto. Ed ho pensato che può essere affascinante perdersi senza sapere dove accidenti sei andata a finire ma è altrettanto emozionante, ogni tanto, ritrovarsi.

La posta di Invisibilia.

domenica 8 marzo 2009

3123010

Succede che qualcuno finisca, per caso, su Invisibilia. Succede che mi scriva un messaggio o mi cerchi su Facebook. E succede anche, magari, che mi chieda un consiglio.
Facciamo finta che questa persona si chiami Nina (rubando il nome al personaggio di un romanzo che mi piace molto) e che questo blog provi a parlare davvero, per un giorno, a qualcuno che sta al di là di questo schermo.
Allora, via.
Nina è preoccupata per la partenza di una persona a cui tiene molto. Mi chiede se dovrebbe aspettare il suo ritorno o se forse non sarebbe meglio dimenticarla, perché in fondo non ritorna mai nessuno….

Cara Nina,
un po’ di tempo fa, in un giorno di vacanza, lento e assonnato, di quelli in cui ti domandi se non fosse stato meglio rimanere a Milano, mio fratello mi porta un disco.
E’ un disco di De André che io a dire il vero avevo sempre un po’ snobbato: un disco in genovese, avevo pensato varie volte, forse è un po’ troppo per me.
Sono buttata per terra, sul tappeto e un po’ svogliata guardo lui e poi il cd, poi di nuovo il cd e ancora lui.
“E’ uno dei dischi più belli degli anni ‘80″, dice.
Mi stiracchio sul tappeto.
“E non l’ho mica detto io eh. L’ha detto David Byrne.”
Inizio a tirarmi su mentre lui mi parla del bellissimo arrangiamento di Mauro Pagani e delle canzoni che parlano di mare, di viaggi, di sofferenze.
Quando finisce di parlare sono perfettamente seduta davanti al computer.
E’ così che scopro Creuza De Ma.
Naturalmente mi innamoro di quel disco, tanto che le prime volte lo metto a loop. E mi accorgo di una cosa.
L’album si chiude con Da Me Riva che descrive la partenza di un marinaio. E’ il canto di addio alla sua innamorata, rimasta lì sul molo, e alla sua città che si allontana.
E’ tristissimo, c’è poco da girarci intorno.
Ma… il disco, sul mio Itunes, riparte.
E così mi ritrovo immediatamente nella canzone che apre e da il titolo a tutto il lavoro: i marinai tornano a riva, riprendono contatto con la terraferma, i sapori, i colori… e ad accoglierli ci sono le voci del mercato (che all’inizio sembrano veri e propri strumenti, tanto si fondono con la musica).
Adesso, per chi è arrivato a leggere fino qui, resistendo alla tentazione di andare ad aggiornare il suo profilo Facebook, provo a spiegare perché, come si dice dalle mie parti, “l’ho fatta così lunga”.
Nina io non ti conosco, non posso consigliarti di aspettare o dimenticare ma ti posso dire che se io scegliessi di aspettare qualcuno potrei farlo soltanto così, cercando di sentire le voci di quel mercato, appena possibile, cercando di vedere quei volti che accolgono i marinai, soprattutto nei giorni in cui non spuntano barche all’orizzonte.
Proverei a respirare quell’aria che sa di sale e di viaggi.
Ecco.
Se dovessi aspettare, lo farei su quella mulattiera che porta al mare.

Tulipani

domenica 1 marzo 2009

tulipani

Ieri ero a Ferrara e stavo passeggiando con il mio amico P. per il centro. Una bellissima giornata di sole, una di quelle che piacciono anche a me che tutto sommato nella nebbia non mi ci sono mai trovata male. Ferrara è un po’ come la città in cui sono cresciuta, Lucca, con le mura che circondano il centro storico, i baluardi, i prati e tutto quello che ho visto quasi ogni giorno per 18 anni, prima che, finito il liceo, me ne andassi.
Allora. Non c’è molta gente in giro, nemmeno a fare shopping e tutto si muove lentamente.
E’ un sabato che sa di domenica.
Stiamo passeggiando per quelle piccole stradette quando spunta fuori un piccolo baracchino con dei fiori. Beh, in realtà sono solo tulipani. E c’è un cartello, sotto, scritto a mano in uno stampatello non proprio regolare con un tratto dal sapore di bic blu.
5 EURO - 5 TULIPANI BELLI.
Lo passiamo, io mi fermo e torno indietro. Lo riguardo.
Cinque tulipani.
Belli.
Ci vorrebbe sempre quella leggerezza lì, in tutte le passeggiate che ci capita di fare. E magari anche in molte delle corse.
A saperla ritrovare.
Adesso se ne sta lì appiccicata ad un cartello, ma oggi è sabato e sono lontana.
Domani, chissà.